Storia della bandiera della Marina Militare

Storia della bandiera della Marina Militare

Chi guarda una nave grigia entrare in rada nota subito che il tricolore issato a poppa non è quello che sventola sui palazzi pubblici: al centro della banda bianca compare uno scudo diviso in quattro, sormontato da una corona insolita, irta di torri e di prore. Raccontare la storia della bandiera della Marina Militare significa allora ricostruire il percorso di un emblema che condensa in pochi centimetri quadrati quasi mille anni di navigazione italiana, dalle flotte medievali del Mediterraneo alle unità che oggi operano nelle acque internazionali.

Non si tratta di un ornamento decorativo. L’insegna navale è, nel diritto del mare, il documento d’identità di una nave: dichiara a chiunque la incroci sotto quale sovranità naviga e quale ordinamento la protegge. Per questo la sua forma è fissata per legge, e ogni suo dettaglio araldico ha una ragione precisa.

Dal tricolore risorgimentale alla bandiera della Repubblica

Il legame fra il tricolore e le navi da guerra italiane si stabilisce durante il Risorgimento: nell’aprile del 1848 Carlo Alberto dispose che le unità della flotta sarda inalberassero il verde, bianco e rosso, caricato al centro dello scudo di casa Savoia. Da quel momento, e per tutta l’età del Regno d’Italia, l’insegna navale rimase legata alla dinastia regnante, con le varianti imposte dai successivi cambiamenti istituzionali.

La svolta araldica arriva però alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Il 30 dicembre 1939 l’ammiraglio Domenico Cavagnari, allora capo di stato maggiore della Regia Marina, chiese alla Consulta Araldica del Regno il riconoscimento di uno stemma proprio della Forza Armata: un emblema che riunisse i segni della marineria romana e quelli delle grandi Repubbliche marinare. La richiesta fu accolta con il Regio Decreto n. 3107 del 25 aprile 1941, che concesse alla Marina lo stemma inquartato tuttora in uso.

Caduta la monarchia, l’emblema dovette essere ripulito dei riferimenti sabaudi e dei fasci littori. Ci pensò il Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 9 novembre 1947, n. 1305, firmato da Enrico De Nicola, che istituì formalmente due bandiere navali distinte: una per la Marina militare e una per la Marina mercantile. La scelta rispondeva anche a un’esigenza pratica di riconoscibilità in mare, perché il tricolore italiano semplice risultava difficilmente distinguibile a distanza da quello di altri Stati che adottano gli stessi colori in bande verticali, a partire dal Messico. Le proporzioni dell’insegna navale sono di 2:3, leggermente diverse da quelle della bandiera nazionale.

Le quattro Repubbliche marinare nello scudo inquartato

Il cuore dell’emblema è uno scudo diviso in quattro quarti, ciascuno dedicato a una delle città che fecero dell’Italia una potenza marittima nel Medioevo. Nel primo quarto compare Venezia, con il leone alato di San Marco; nel secondo Genova, con la croce rossa in campo bianco; nel terzo Amalfi, con la croce ottagona bianca in campo azzurro; nel quarto Pisa, con la croce bianca in campo rosso.

L’ordine non è casuale e nemmeno gerarchico in senso stretto: risponde alle regole della blasonatura, che dispone le figure da sinistra a destra e dall’alto in basso secondo l’ordine di lettura dello scudo. Ciascuna insegna, del resto, ha una storia autonoma antichissima: la croce genovese e quella pisana nascono nel contesto delle spedizioni crociate e degli statuti comunali, mentre la croce amalfitana ottagona è la stessa figura che sarebbe poi diventata celebre come croce di Malta, per il tramite dell’Ordine di San Giovanni.

Il dettaglio più interessante riguarda il leone marciano. Nella versione destinata alla Marina Militare l’animale impugna una spada e tiene il libro dei Vangeli chiuso: è il leone «in moleca» nella sua declinazione guerresca, quella che la Serenissima riservava alle proprie insegne di guerra. Nella versione mercantile, invece, il leone regge il libro aperto e non porta la spada, secondo l’iconografia di pace. Un solo attributo araldico, e la funzione della nave cambia.

La corona turrita e rostrata, un’eredità di Roma

Sopra lo scudo si trova l’elemento che più di ogni altro distingue l’insegna militare da quella mercantile: la corona turrita e rostrata. La descrizione fissata dai decreti la definisce come un cerchio ornato da motivi alternati di rostri e di ancore romane, cimato da quattro torri merlate alla guelfa – di cui tre visibili nella rappresentazione frontale – e fiancheggiato da due prore rostrate.

Il riferimento è alla corona navalis o rostrata dell’antica Roma, la ricompensa che il Senato conferiva ai comandanti vincitori di battaglie navali o al primo che avesse messo piede su una nave nemica. Collocandola sopra gli stemmi delle Repubbliche marinare, l’araldica novecentesca ha voluto creare una continuità ideale fra la flotta imperiale romana e la Marina contemporanea. La corona è assente, come detto, nella bandiera della Marina Mercantile: è il segno visivo immediato che distingue una nave da guerra da un mercantile o da un’imbarcazione da diporto.

Varianti, regole d’uso e la storia della bandiera della Marina Militare oggi

I decreti del 1941 e del 1947 descrivevano l’emblema in termini non sempre univoci: nulla dicevano, per esempio, sulla postura del leone, sul colore del libro o sulle proporzioni delle torri. Ne derivarono, nei decenni, versioni grafiche discordanti. Per porvi rimedio la Forza Armata ha promosso una revisione complessiva del disegno, ufficializzata con il foglio d’ordine n. 52 del 16 dicembre 2012 e curata con la consulenza dell’araldista Michele d’Andrea: il leone è stato reso più possente, le prore hanno acquistato volume ispirandosi ai bronzi del Vittoriano, la croce pisana è stata liberata dalle nervature interne e il mare alla base è stato standardizzato. L’impianto simbolico, però, è rimasto quello del 1947.

Accanto all’insegna navale ordinaria esiste poi la bandiera di combattimento, che non è una variante grafica ma un esemplare specifico, spesso realizzato in tessuti pregiati e ricamato a mano, donato all’unità da una città, un ente o un’associazione e consegnato in una cerimonia solenne dopo l’entrata in servizio della nave. A bordo è custodita in una teca collocata in prossimità dell’alloggio del comandante e viene inalberata nelle occasioni di maggior rilievo. Al termine della vita operativa dell’unità, la bandiera viene conservata nel museo storico che raccoglie le bandiere militari.

Le regole d’uso quotidiane sono altrettanto codificate: in porto l’alzabandiera avviene alle 08:00 e l’ammainabandiera al tramonto, mentre in navigazione le navi da guerra non ammainano mai l’insegna, perché quel gesto equivarrebbe alla resa. Chi desidera vedere da vicino come sono resi lo scudo delle quattro Repubbliche e la corona rostrata può consultare la scheda della bandiera della Marina Militare Italiana, dove l’emblema è riprodotto secondo il disegno ufficiale.

Altre guide sulle bandiere